Un programma in duo

AMOR

SCORTESE

schiavitù d’amore dai trovatori ai Depeche Mode

La sofferenza d’amore, che incatena gli innamorati in una prigione più o meno dorata, è stata, è e sarà molto probabilmente rappresentata, cantata e dipinta nell’arte di ogni tempo. 

In questo vagabondaggio musicale e temporale partiremo dal XII secolo, epoca in cui nasce la teorizzazione del cosiddetto amor cortese, o meglio, il fin’amor.

Andrea Cappellano, nella sua opera filosofico-didattica De amore, ne definisce i principi basilari che ispireranno le coeve liriche dei trovatori in lingua d’oc, come quelle dei successivi minnesänger tedeschi.

La libertà e la spregiudicatezza del sentimento a volte sono descritte con straordinaria intensità, fuori dagli schemi della docile dedizione all’amata, come nella canso di Raimbaut de Vaqueiras, dove l’uomo si sottomette all’amata quasi odiando se stesso per essere completamente dedito a lei.

La sofferenza amorosa, però, non è solo causata dalla condizione di schiavitù, ma anche dalla lontananza o dal distacco degli amanti: il cosiddetto amor de lonh, ovvero il desiderio non appagato, la nostalgia di gioie mai gustate, viene cantato spesso nella lirica dei trovatori, mentre nello stesso secolo anche la badessa renana Hildegard von Bingen, nella sua Simphonia virginum, canta di Cristo come di un amante lontano.

E ancora, il tipico genere della canso de alba, in cui due amanti clandestini si svegliano troppo tardi e devono lasciarsi frettolosamente per paura di essere scoperti e disonorati, continua fino al Quattrocento nella sconcertante Es seusst di Oswald von Wolkenstein in un crescendo di trasporto erotico e di tensione melodica.

Amor cortese e ‘scortese’ convivono fin dagli esordi: lamentele, invettive e doppi sensi emergono nei testi di canzoni di ogni tempo, dai Carmina Burana all’Ars Nova italiana, alle arie di Cinque e Seicento: ovunque amanti abbandonati, afflitti per un amore non corrisposto, donne sedotte con l’inganno o altre che rivendicano la propria indipendenza amorosa.

Il nostro programma si spinge quasi fino ai giorni nostri, con una breve incursione nel repertorio di un moderno trovatore, il nostro Fabrizio De André, e nella new wave inglese, con tre brani decisamente scortesi; sebbene si tratti di supremo vassallaggio amoroso, non è altro che la teorizzazione di Andrea Cappellano portata all’estremo: servitium amoris, ovvero il comandamento per cui l’amante deve porsi al completo servizio della figura femminile, intesa come una creatura superiore ed irraggiungibile.


Elisabetta de Mircovich
voce, symphonia, viella, violoncello barocco 
Matteo Zenatti
voce, arpe, tamburello

(le foto del concerto di Padova sono di @phab)

Programma e presentazione del concerto

(self made)